Happy New Year

Giugno 25, 2008

Uno non può chiedere molto alle Ferrovie dello Stato. Lo so. È un momento difficile, i conti sono in rosso e i servizi non funzionano benissimo. Certo, si potrebbe cominciare dal cambiar nome

chè Ferrovie dello Stato fa tanto Lenin e ricorda subito i vagoni scornacchiati dell’Est, il freddo, la neve e i militari che ti chiedono il passaporto. Almeno a me. Era meglio Trenitalia, sapeva più di servizio e meno di imposizione tassata. Ma, come dicevo, non si può chiedere tanto.

Un’altra variabile a cui non puoi chiedere molto è il destino. È un’ovvietà, è vero, però uno a volte ci spera che – voglia il cielo – le cose vadano bene. E a volte ci riesci anche, tipo quella volta che cerchi il regalo giusto sperando che arrivi la folgorazione e quella, all’ultimo momento, arriva. E tu fai bella figura, spendi poco e sei felice. Mica male.

Oggi non è una di quelle giornate. Su questo Eurostar Venezia – Roma di fine anno, pieno come la Montagnola alle cinque del pomeriggio, la temperatura (che io speravo fosse bassa) è altissima, i posti (che io speravo fossero confortevoli, cazzo, ti do’ 42 sacchi voglio poter almeno stendere le gambe) sono invece molto scomodi e i compagni di viaggio uno spaccamento di maroni assoluto. Quelli, però, per esperienza, non speravo fossero diversi.

Alla mia destra: gruppo di signorotte del padovano, amiche perchè mogli di amici colleghi e madri di figli compagni di scuola a vicenda. Vestite di nero, chè si esce, ma “comode” (scarpe basse Geox e cardigan colorati, ma non troppo – un ricamo ala tirolese può bastare) leggono a turno la Guida al Giubileo 2000, rievocando episodi mistici (l’incontro con un rappresentante della comunità cristiana di Pietralcina è stato “incredibile”, come la vista da lontano del Papa che benediceva tutti) e sperando, in questi pochi giorni che passeranno dalle Piccole Sorelle dell’Ordine dei Bisognosi (o Vergognosi, l’accento è troppo forte) possano rivisitarli tutti, a partire da San Pietro in poi. Della piazza a Cinzia, la più dinamica del gruppo, caschetto biondo e ombretto rosa (mi spiace, cara, non ci siamo proprio) sono rimaste “impresse” quelle colonne, “grosse che non ci si crede, davvero”, “inermi” (sic!) tanto che si stupisce di “come hanno fatto a tirarle su a quei tempi che non c’erano le gru.”

Due ore e mezza. Con loro. Sul treno. Che sia questo il mio botto di fine anno?

Lascia un commento